
Quasi vent'anni fa lasciava l'Albania, paradossalmente alla deriva proprio dopo la caduta del regime comunista di Enver Hoxha, e sceglieva l'Italia come luogo di rinascita sociale e musicale. Il Salento, per la precisione. Admir Shkurtaj, fisarmonicista e compositore contemporaneo, ha portato con sé la sua meticolosa attitudine musicale – peculiarità frequente tra i musicisti albanesi –, ha terminato gli studi presso il Conservatorio leccese, ha incontrato tutte le migliori menti locali, ha appreso la cultura italiana e ha insegnato quella albanese. Qui ha scoperto il jazz e ha iniziato lo studio della musica contemporanea e, recentemente, di quella elettronica. È stato, ed è, protagonista della nascita e dell'affermazione di alcuni fra gli ensemble più importanti di quest'altra sponda adriatica (Opa Cupa, Ghetonìa, Talea) e insieme a loro ha elaborato una nuova declinazione del balkan. Ma Admir è molto più che un semplice portatore della tradizione albanese e balcanica. È un compositore a tutti gli effetti, globale perché capace di tenere assieme nelle sue partiture elementi tradizionali, “colti” e jazz. Le sue composizioni sono state eseguite dall'orchestra della fondazione Ico “Tito Schipa” e in prestigiosi festival, come quello di musica acusmatica di Bari, Silence 2009.
Lo abbiamo incontrato nella sua casa leccese per ripercorrere assieme la sua carriera e il riuscitissimo processo di integrazione, musicale e sociale.
Marco Leopizzi: Sei arrivato in Italia nel 1991, all'inizio dell'emigrazione. Com'è stato l'impatto con la nostra scena musicale?
A. S.: All'inizio mi sono trovato spaesato, mi sembrava di essere in un altro mondo, catapultato in un'altra parte del pianeta, pur essendo a soli 60 km da casa. Non conoscevo nessuno e ho avuto una certa difficoltà, un po' su tutti i fronti, ma soprattutto nel reinserimento nella musica classica e colta, perché ciò che facevo in Albania era molto diverso da quello che trovai qui. Ci misi quindi qualche anno per ambientarmi.
Ultimo aggiornamento Lunedì 03 Maggio 2010 22:29
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Camaleontico, spirito tzigano, uomo engagée, post-moderno. Fonde e confonde volutamente i generi e le tradizioni culturali più diverse (balkan, jazz, classica, banda, electro, dub, reggae... ), imbroglia con irriverenza e ironia gli stili 'alti' con quelli 'bassi' e gode a forzarli assieme, recupera e grida la dignità del folk e della musica per banda mentre le intreccia alla popolare - già nobilitata - al jazz, alla 'colta', alla etnica. Cesare Dell'Anna è un vulcano in perenne eruzione creativa, artista completo e produttore, uno di quei tipi a cui forse non presentereste vostra sorella ma il demo che avete appena registrato certo glielo infilereste nella tasca del suo trench nero.
Figlio d'arte, l'arte della banda, dopo essersi diplomato giovanissimo al Conservatorio della città barocca il trombettista leccese ha prima approfondito la formazione accademica e si poi è rivolto al jazz, divenendone uno dei più fantasiosi interpreti italiani - si ascolti "My Miles", per la sua 11/8 Records - e collaborando con molti ensemble del settore, tra cui la Meridiana Multijazz Orchestra di Pino Minafra. L'animo è inquieto e questo lo obbliga a cambiare spesso strada. Negli anni Novanta, dopo anni di gestazione, scoppia il world beat e Dell'Anna è pronto a coglierne le innovazioni. Grazie al fisarmonicista e amico Antongiulio Galeandro, scopre la musica dei Balcani e con lui entra nei Folkabbestia con cui incide lo storico "Breve saggio filosofico sul senso della vita" (1998). Poco dopo fonda gli Opa Cupa che esordiscono nel 2000 con "Live in contrada Tangano" (Felmay), a cui partecipano Adnan Hozic e Admir Shkurtaj, primissimi protagonisti della balkan invasion. Intanto, nel 1996 aveva fondato la casa/laboratorio Albania Hotel, una factory di artisti, musicisti e creativi spersa nella campagna intorno a Lecce che negli anni ha accolto gente da tutto il mondo. Qui sono nati i dischi e le idee migliori di Dell'Anna, come il superlativo "Hotel Albania" degli Opa Cupa (2005), pubblicato dalla neonata etichetta indipendente, altra creatura del musicista - e dei suoi collaboratori - che si è prontamente affermata grazie alla felice combinazione di world beat, elettronica e jazz.
Ultimo aggiornamento Lunedì 03 Maggio 2010 22:28

Organettista, cantante, compositore, attore. Claudio Prima è tutto questo ma anche molto più della semplice somma delle sue attività. Dopo gli studi musicali in pianoforte e chitarra nei primi anni Novanta comincia a interessarsi alle tradizioni popolari, in un Salento che sembrava aver scoperto improvvisamente la sua storia di terra arcaica e ricca di cultura tradizionale. Il tamburello e l'organetto lo rapiscono, ricerca intorno alla musica popolare e parallelamente studia teatro. Negli ultimi anni Novanta scopre la musica balcanica e mediterranea e a cavallo di millennio fonda i Manigold, band impegnata a fondere la musica salentina con la jazz-fusion e i tempi dispari dell'Est Europa. Mentre prende parte al festival della Notte della Taranta, partecipa a progetti tra musica, teatro e poesia e collabora con importanti musicisti internazionali (King Naat Veliov, Kocani Orkestra, Mauro Pagani, Teresa de Sio, Eva Quartet, Paola Prestini, Raiz, Radicanto), la necessità espressiva lo spinge a creare altri ensemble. Gli Adria, quintetto etno-jazz anch'esso incline ai Balcani e all'Albania in particolare, prendono la via dei palchi nel 2005 e dopo cinque anni pubblicano “Penelope”, sintesi discografica del loro percorso. La Bandadriatica nasce invece l'anno dopo e da allora porta in giro per il mondo un respiro da fanfara misto ad arrangiamenti swing e alla scrittura cantautorale di Prima, oltre ai due dischi già incisi (“Contagio” nel 2007 e “Maremoto” nel 2009), accolti con intelligenza e calore dalla critica.
Marco Leopizzi: Mi piacerebbe sapere da te come hai scoperto la musica balcanica e cosa più ti ha attratto.
Claudio Prima: Verso la fine degli anni ’90 ha cominciato a diffondersi qui nel Salento il repertorio della musica balcanica, o influenzato da quella tradizione. Io nel 1999-2000 feci una tournée teatrale in Romania, visitai i luoghi delle fanfare come la Transilvania, Braşov e la zona dei lautari [virtuosi musicisti tzigani e rom, quindi itineranti, ndr], e subii una grande fascinazione per quelle musiche, una sorta di iniziazione diretta. Ma il primo ascolto credo fosse avvenuto già prima.
Ultimo aggiornamento Giovedì 08 Luglio 2010 17:25

01. A tubo; 02. Vota Grillo
03. CPT, Due Inutili Parole
04. My Favorite Things
05. Opa Cupa – trad.; 06. Balkan Trap
07. I Clowns; 08. Ebb Tide
09. Ciganja – trad.; 10. Tiranë mon amour
11. Neelie; 12. Mr Hozic
13. A Rota; 14. Fraima
15. Extasi di Stelle Salenti
16. Baresha – trad.; 17. Dell’Acqua
18. God Save the Queen – trad. el. C. Dell’Anna
[11/8 records, 2009]
Quando l'esule diventa invasore e l'immigrato criminale. Il soverchiatore diventa benefattore e la violenza è chiamata accoglienza. Rima stonata.
In quei momenti di perversione socio-linguistica è difficile ristabilire l'ordine semantico delle parole con un discorso o uno scritto. Più immediato e potente l'effetto di un'immagine. Tante ce ne sono in quell'incredibile documentario che è “Mare Nostrum” di Stefano Mencherini, che smascherò l'orribile verità del Cpt Regina Pacis di San Foca (Le) gestito da Don Cesare Lodeserto. Pari forza più avere la musica.
E Cesare Dell'Anna, oltre a saperlo assai bene, lo dimostra con un altro disco profondamente radicato nella terra che abita, quel Salento agrodolce, ma contemporaneamente “popolato” da suoni e musicisti di molte altre regioni del mondo.
Ultimo aggiornamento Lunedì 17 Maggio 2010 21:58

1. Beddhu stanotte
2. Nenia Grika
3. Dumenica matina
4. Tuppe tuppe
5. Canzune alla ruvescia
6. Cogli la rosa
7. Nu pizzecu e pizzicarella
8. Zumpa Ninella
9. Pizzica caddhipulina
10. La furesta
11. Ronda
bonus track:
12. Il mito
13. Quistione meridionale
[Ponderosa music&art 2010]
L’arte de lu tata è menza 'mparata, e i proverbi la dicono lunga! Il padre è Daniele Durante, il figlio Mauro e l’arte la musica. Ricorre nel 2010 il trentacinquesimo anniversario della nascita del Canzoniere Grecanico Salentino, gruppo storico nato nel 1975, in pieno clima di folk revival, stagione in cui lo sforzo intellettuale mirava a leggere attraverso la musica i “dislivelli interni di cultura”, portando sui palchi le espressioni fino ad allora appannaggio di quella che Alberto Cirese chiamava “cultura subalterna”. A fondare il gruppo fu un fervido cervello salentino tutt’altro che in fuga, quello della scrittrice Rina Durante che con “rigore ed onestà” volle dare il suo contributo alla ricostruzione di una memoria storica che non fosse confusa con le trecce e i nastrini dei quadretti oleografici di soggetto folkloristico, ma costantemente accompagnata da una ricerca etnografica volta all’esplorazione delle fonti attraverso un regolare rapporto con i portatori della tradizione e con i contesti dove essa era praticata.
Ultimo aggiornamento Venerdì 28 Maggio 2010 14:06

Ci ha confessato che fa musica perché facendola sta bene, che la passione lo ha sempre spinto ad andare avanti, ad andare oltre. Il suo obiettivo? Chiaro, va da sé: suonare. È sempre stato un guerriero, sin da piccolo; da circa quindici anni è uno dei personaggi di spicco dell’underground salernitano. Eclettico e versatile, si tuffa in collaborazioni sempre diverse; è un rapper, è un fonico, è un Dj, è un patito della Dea Musica. Nel 2008, assieme a Morfuco MC, ha realizzato e autoprodotto il disco che lo ha consacrato, "Chi è dint è dint", circondandosi di artisti rap campani. Stiamo parlando di Tonico 70, Dj-phonic-rapper salernitano, un uomo che sa il fatto suo e sa come giostrarsi nel complesso mondo della musica.
Quale senso dai alla tua musica e come nasce la voglia di creatività in realtà difficili?
La musica è un’arma per chi vive in questa città, una forza; nel mio caso, lo dico sempre, mi ha salvato. Sono rimasto qui grazie ad essa, ho sempre cercato di dare qualcosa, di cambiare qualcosa.
Ultimo aggiornamento Sabato 24 Aprile 2010 14:38
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